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PARTE II- SONO TUTTI "COACH" TUOI


Motopatico

[parte I] Cal Crutchlow, sollecitato a intervenire sull'argomento da speedweek.com, non si nasconde: «ho mia 

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Lucy Heron e Cal Crutchlow 

moglie per questo [ruolo]. Se devo essere più veloce, lei deciderà che posso farcela. E a quel punto devo diventare più veloce. So come guidare una MotoGP. Marc [Márquez] il pilota più veloce al mondo, guida la mia stessa moto. Quindi se voglio imparare qualcosa o fare qualcosa di diverso, allora guardo lui». Il pensiero dell'inglese, spesso controcorrente, è semplice: «ci sono cose che io posso fare come Marc, non gli altri. Se qualcuno mi dice che un altro pilota è più veloce in curva rispetto a me, questo non mi aiuta veramente. Basta guardare la traiettoria in TV . Non sto dicendo che non avrò mai un coach, ma semplicemente non credo che questo mi renderebbe più veloce. Alcuni ragazzi hanno solo bisogno di carezze per il loro ego. Lo stesso vale per i loro allenatori. Ecco perché molti sono qui. Non penso che abbiano alcun vantaggio particolare».

Crutchlow dice, in sostanza, che il supporto di un esterno è utile nella misura in cui un pilota lo ritiene tale. Se non ci credi, non funziona. Uno dei sodalizi più fortunati è quello formato da Valentino Rossi e Luca Cadalora; il #46 ha voluto in squadra l'ex campione in qualità di rider performance analyst, ma tutti lo chiamano “coach”. Se il concetto non fosse abbastanza chiaro, è solito indossare anche un cappellino con tanto di ricamo.

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Valentino Rossi e Luca Cadalora

Cadalora, che è riconosciuto uno dei più competenti osservatori del paddock, non è un semplice “consulente passivo”. Il modenese ha affermato di essere stato perentorio: «o il mio lavoro serve a qualcosa, oppure ho altro da fare». Evidentemente è servito, visto che Luca rappresenta un punto di riferimento importante per Rossi. Si confronta col pilota, con la squadra, riporta informazioni che possono essere utili. «A un pilota non puoi dire cosa deve fare, lo so per esperienza personale.» – è il Cadalora-pensiero – «Bisogna cercare di entrare nella sua testa, per capire cosa cerca. Rossi mi ascolta, acquisisce le informazioni che ho raccolto, poi decide se impiegarle o meno». 

Questo ci riporta all'inizio. Jorge Lorenzo, il fuoriclasse che Ducati ha pagato a peso d'oro, di coach ne ha avuti addirittura due: Michele Pirro e Alex Debón. Risultato? Zero, o quasi. Banalizzando potremmo dire che è inutile affidarsi a un coach, se poi alla fine non lo ascolti. La situazione del #99 però è assai più complicata. C'è una bella differenza tra un ex pilota spagnolo che da anni non frequentava l'ambiente della MotoGP e un professionista in piena attività come il pugliese.

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Jorge Lorenzo e Michele Pirro

Pirro è un uomo totalmente devoto alla causa Ducati, come confermato in più occasioni dal management sportivo della Casa di Borgo Panigale. Così affidabile che si è messo completamente a disposizione di Jorge Lorenzo per aiutarlo a trovare l'affiatamento con la moto.

 A gennaio di quest'anno il Team Manager Davide Tardozzi ha dichiarato: «in Ducati abbiamo Michele Pirro che riteniamo un supporto fondamentale sia per Lorenzo che per Dovizioso, e anche la prossima stagione [2018] sarà in pista nel doppio ruolo di collaudatore e aiuto per i nostri piloti. Ma non è per tutti, serve avere doti e capacità non comuni per poter dare un vero contributo. Guarda Luca Cadalora: è un mezzo ingegnere, ma soprattutto è un uomo di straordinario equilibrio. Quanti Cadalora ci sono? Pochi. Però è innegabile che avere a fianco un coach che possa capirti, ascoltarti, consigliarti, per un pilota rappresenta un grande supporto psicologico».

Il collaudatore della Desmosedici ha dimostrato di meritarsi la fiducia che Ducati ripone in lui: tanto lavoro a testa bassa e una moto – checché se ne possa pensare – che è evoluta molto anche grazie al suo contributo.

Tardozzi, parlando a speedweek.com a proposito del licenziamento di Debón, dice: «dobbiamo chiarire: Debón è stato portato da Jorge tutto da solo. Questo non ha nulla a che fare con il nostro collaudatore Pirro, che sicuramente continuerà a presenziare a molti Grand Prix. Non sarà in Argentina e in Texas perché ha altri obblighi. Ma Michele sarà presente in tutte le gare europee». Pirro e Lorenzo, che durante la scorsa stagione sembravano una coppia affiatata, quest'anno sono decisamente distanti.

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Lorenzo-Debòn

La dimostrazione che la diritta via era smarrita la fornisce l'italiano al Corriere dello Sport: «Quando al mio posto è stato scelto Debón, ho scelto di correre nel campionato italiano. Ho saputo che [Debon] non ci sarà più, ma i miei piani non sono cambiati. Nessuno mi ha detto di cambiarli. Lorenzo in Malesia era andato molto bene, poi io non sono andato nei due successivi test invernali e forse ha preso strade troppo avventurose.Se non si concentra su come guidare la Ducati, che come ha dimostrato Dovi va forte, diventa tutto più difficile. Noi ovviamente lo dobbiamo aiutare, ma anche lui deve darci una mano. Se pensa di guidare una Yamaha, quella che ha fra le mani è una Ducati. L’obiettivo era quello di ripartire dalla fine del 2017, quando era stabilmente fra i primi cinque. Invece siamo tornati indietro. Se si convince, ne verrà fuori». 

E se Lorenzo non si convincesse? La battuta finale che chiude l'intervista a Pirro è chiara: «la Suzuki è una buona moto. Credo che Lorenzo potrebbe andarci forte».

Il politichese, evidentemente, non è il pezzo forte del bravo pilota pugliese. Il coach-ex-coach ha detto, in sostanza, che il problema sta nella testa del pilota: se il maiorchino non modificherà il suo approccio, l'unica alternativa sarà di cercare un'altra sella. Il #99 potrà pure affidarsi a tutti gli sparring partner che desidera, ma il risultato non cambierà molto. Chi sbaglia paga, e i coach sono i suoi.

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