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HALL OF FAME OPPURE HALL OF INFAMOUS?


Motopatico

Di solito nei libri di storia ci entri da morto. Quando, vivente e in salute, ti inseriscono nell'albo d'oro per meriti sportivi una toccatina scaramantica è lecita. Dorna assegnerà a Randy Mamola l'ambito riconoscimento di “MotoGP Legend” nel corso del prossimo gran premio di Austin, in Texas; potrà dunque fregiarsi dei galloni di monumento vivente del motorismo su due ruote. Chissà se il simpatico guascone americano ha tirato fuori il cornetto scacciaguai, oppure si è limitato a fare le corna dietro la schiena, quando ha imparato la notizia? Come dire, non è vero ma ci credo.

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Nicky Hayden

La cosa che lascia abbastanza perplessi è con quali criteri avvengano questo genere di attribuzioni, perché la “MotoGP Legends” dovrebbe essere una sorta di Olimpo dei campioni che hanno segnato la specialità. A scorrere la lista ci si convince di trovarsi in una sorta di Pantheon: Giacomo Agostini, Mick Doohan, Geoff Duke, Wayne Gardner, Mike Hailwood, Daijiro Kato, Eddie Lawson, Anton Mang, Angel Nieto, Wayne Rainey, Phil Read, Jim Redman, Kenny Roberts, Jarno Saarinen, Kevin Schwantz, Barry Sheene, Marco Simoncelli, Freddie Spencer, Casey Stoner, John Surtees, Carlo Ubbiali, Alex Crivillé, Franco Uncini, Marco Lucchinelli e Nicky Hayden.

Tutta gente che, nel bene o nel male, ha centrato l'obiettivo del titolo mondiale.

In pratica, dei vincenti. Perché lo sport, alla fine, è fatto così: chi perde sarà pure simpatico, ma la classifica serve a stabilire un vincitore. Quindi, qual'è stato il parametro che ha convinto il promoter della MotoGP a “benedire” Randy Mamola?

La prima cosa che viene da pensare è la più ovvia: anche un vicecampione può diventare Beato. Obiezione: se il criterio fosse questo, che senso avrebbe allora premiare l'americano, perdendo per strada, che ne so, Renzo Pasolini, tragicamente scomparso nel 1973, che nel palmarés vantava due secondi posti nelle classifiche finali della 250 e 350?

L'unica cosa oggettiva da fare è provare a capire. Sul sito ufficiale della MotoGP leggiamo: «Randy Mamola,

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Mamola

protagonista della Premier Class, sarà inserito nella World Championship Hall of Fame in questa stagione, con la cerimonia fissata per il GP delle Americhe ad Austin, in Texas. Mamola è un plurivincitore di Grand Prix e un realizzatore di podi; uno dei piloti americani di maggior successo nella storia del campionato - ed è stato una figura importante nel paddock sia al di fuori della pista che durante la sua carriera di pilota.»

Forse così ci siamo. Forse è un po' più chiaro: il passaporto conta. Proviamo a estendere il concetto: nazionalità di appartenenza uguale interessi in determinati Paesi. Non è un segreto per nessuno che al promoter del motomondiale gli Stati Uniti piacciano, e molto. C'è pure il MotoAmerica, sponsorizzato da Dorna e dai boiardi del motociclismo USA. Si tratta di un mercato che in tanti hanno provato ad aggredire, ma che in pochi sono riusciti a rendere profittevole. Prendiamo la gara di Austin, al netto delle dichiarazioni di facciata; se confrontiamo il numero di presenze in circuito, ha subito un calo di 13'055 unità passando da 131'881 spettatori del 2016 ai 118'826 dello scorso anno*.

Per capire l'importanza del dato è sufficiente tornare indietro di qualche anno: il sito motogp.com riporta che nel 2014 gli appassionati presenti in circuito erano 118'918. Questo significa che in pratica nel 2017 gli organizzatori locali hanno ottenuto gli stessi risultati di tre anni prima. Non sappiamo, in assenza di dati certi, se questo si rifletta anche sulla notorietà – quindi sui diritti televisivi – del campionato negli Stati Uniti.

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Kenny Roberts JR, MotoGP Legend 2017

Nota Bene: anche nella passata edizione del GP delle Americhe era stato inserito nella World Championship Hall of Fame un pilota con il passaporto a stelle e strisce; si trattava di Kenny Roberts Jr che vinse il mondiale con merito, nell'anno di grazia 2000, appena aiutato dalla fortuna e da un Valentino Rossi ancora in fase di apprendistato nella Top Class. Quella vittoria ha aperto a Junior le porte dell'empireo motociclistico.

Però nonostante l'”Operazione Leggenda” gli spettatori in circuito non sono poi aumentati granché.

Va anche riconosciuto che gli ex-piloti possono essere molto utili: soprattutto se hai la fortuna di disporre di formidabili campioni come quei marziani americani che dominarono negli anni '80 sulle piste per oltre un decennio, prima che Michael Doohan gli rubasse la scena dal 1994 in avanti. Quei piloti oggi sono testimonial perfetti, che se ben veicolati possono far breccia in un mercato decisamente protezionista, come quello a stelle e strisce, restando nel complesso icone globali, patrimonio pure dei motociclisti europei.

Tutto ciò serve forse a spiegare la decisione di inserire Randy tra le MotoGP Legends, ma non a giustificarla; o perlomeno non del tutto. Perché proprio Mamola? Ci viene in aiuto il pilota stesso, con la dichiarazione rilasciata a motogp.com: «Non me l'aspettavo, ma è stata una piacevole sorpresa iniziare la giornata dopo che ho ricevuto la chiamata! Quando l'ho detto a mia moglie e mio figlio, come potete immaginare, ci sono state grandi congratulazioni ma poi: "Oh no! Ora dobbiamo convivere con una leggenda!” La MotoGP è la mia vita e sono stato nel paddock per 39 anni. Ho visto così tante cose da quando sono entrato nel paddock per la prima volta a 19 anni e per me è un onore e un privilegio essere inserito in un gruppo di piloti di così alto livello. "Sono anche emozionato per il fatto che sarò nominato in Texas con la mia famiglia e gli amici che arriveranno per l'occasione. Dopo il "wow! ", Alla fine devi fartene una ragione, e poi pensi a quale onore significhi essere accettato dai tuoi pari e dalle persone che hanno gestito Dorna negli ultimi 25 anni. Spero che da qualche parte lungo il percorso io riesca a ripagare tutto questo ancora di più, con il lavoro che continuo a fare nel paddock. Io credo e io penso di essere la prima leggenda che non è mai stata campione del mondo.  Penso che i risultati che ho ottenuto e il fatto di essere impegnato in attività di beneficenza siano un'altra parte da aggiungere. Diffondere lo sport, sostenere lo sport ... sei un ambasciatore a prescindere dall'avere oppure no il titolo, è un privilegio lavorare nel paddock e non lo prendo alla leggera.»

Chiara l'antifona: ripagherò l'onore che mi fate, con gli interessi.

Ecco il senso; affidabilità (di buon pagatore) Vs coerenza (di venire riconosciuto leggenda senza aver vinto un solo titolo).

Ma a chi ripagherebbe questo “debito”? C'è una sola persona che ha sempre diretto Dorna nell'ultimo quarto

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Carmelo Ezpeleta

di secolo: Carmelo Ezpeleta. Quindi è a lui che Randy deve riconoscenza per il grandioso omaggio? Si tratta di una domanda senza risposta. O meglio, la risposta sarebbe di gomma. Le nobili parole del Mamola nuova versione, pentito, contrito e redento, sembrano davvero convincere tutti. La stampa applaude il simpatico 59enne, ex golden boy del motomondiale. Certo, il Randy Mamola di oggi è molto diverso dal ragazzo scavezzacollo di un tempo. Gli anni, evidentemente, lo hanno completamente trasformato. Il nostro neo leggendario ex pilota è impegnato in operazioni benefiche che lo coinvolgono come illustre testimonial – Riders for Health (di cui risulta uno dei fondatori) e Save the Children per citarne un paioe che fanno solo onore al personaggio. Da piccola peste del circus è diventato il vecchio saggio sulla montagna.

Chi segue la storia della ex500, oggi MotoGP, ricorderà bene alcune curiosità.

Tanto per aiutare i lettori a districarsi nella storia dell'uomo, citeremo tre aneddoti. il volume “L'era d'oro BIMOTA” (Ed. 2017, Giorgio Nada editore 360p.) scritto dal giornalista Saverio Livolsi a quattro mani con Giuseppe Morri, riporta testualmente: « [a Hockeneim, nel '79] prima del via della gara successiva, quella della 350, Witteveen raccomanda a Randy di trattare la frizione con la massima cautela perché, a suo giudizio, con una buona partenza, avrebbe potuto puntare alla vittoria. Purtroppo dopo il giro di ricognizione, al pronti via, capiamo subito che la frizione ci aveva tradito. Amareggiati, attendiamo l'entrata del pilota nei box per capire come stanno le cose. Nel mentre si avvicina un noto fotografo italiano che ci racconta quanto è stato entusiasmante, per lui e per il pubblico, vedere Mamola durante il giro di ricognizione, percorrere lunghi tratti di pista, prima di entrare nell'area delle grandi tribune, con la moto in impennata. Quando Mamola è rientrato al box, molto francamente, più d'uno avrebbe voluto mollargli una sberla. A farne le spese, suo malgrado, è stato Ezio Pirazzini, capitato per coincidenza durante l'accesa ramanzina dell'ingegnere olandese al pilota. Successivamente Pirazzini mi ha detto che pochissime volte nella sua carriera gli è capitato di vedere un gruppo di persone così tanto incavolato.»

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Randy Mamola 1988

Il libro è ricco di episodi di questo genere, da cui emerge che la futura leggenda della MotoGP era un personaggio tutto sommato inaffidabile, in alcuni casi avido, in altri vendicativo. Comprensibile essere teste calde a diciannove anni.

Però nel corso della sua carriera di pilota le intemerate di Mamola sono diventate mitologiche: abbiamo raccolto la testimonianza di un cronista che ci ha raccontato di quando a Jarama, Randy mise un petardo di inaudita potenza sotto alla roulotte di Kenny Roberts. L'esplosione fece sobbalzare il caravan. Andò a finire in rissa, con “King” Kenny che entrò nella roulotte di Mamola e gliele suonò di santa ragione.

Carlo Pernat invece ha ricordato come, a seguito di una delusione amorosa, il nostro eroe avesse deciso di non correre la prima prova del campionato del mondo con la Cagiva nel 1988 a Suzuka, rischiando di far saltare tutti i contratti firmati nel corso della stagione.

Altra epoca, altro motociclismo, ma l'uomo era fatto così.

L'attualità ci presenta invece un maturo signore che pontifica dalla sua rubrica sulle colonne di motorsport.com. Campione di fair play, stigmatizza certi atteggiamenti dei piloti ponendosi in qualche modo a difesa dei valori sportivi. Come nel 2016, quando decise di intervenire per commentare la famosa vicenda che vide protagonisti Valentino Rossi e Aleix Espargarò.

«Valentino Rossi ha mostrato il dito medio ad Aleix Espargaro,» riporta la rubrica “La colonna di Mamola” «mentre procedeva lentamente sul rettilineo del circuito intitolato a Marco Simoncelli, pieno di tifosi di Tavullia. Un gesto che probabilmente ha esaltato la folla, ma che ha portato la FIM ad intervenire, e io sono in favore di questo. A volte, quelli di noi che sono nel paddock tendono a dimenticare i milioni di persone che guardano le gare, ma non credo che chiedere ai piloti di tenerlo a mente sia chiedere troppo. Non è sempre facile, soprattutto ora che la tensione tra alcuni piloti è ad un livello più alto, ma è uno sforzo che sono sicuro possa portare conseguenze positive per tutti noi che amiamo questo sport. Dobbiamo stare attenti, perché un'immagine può causare parecchi danni. Sabato, Nicolò Bulega è stato il primo pilota ad essere multato, di 300 euro, per lo stesso gesto che ha visto fare dal suo capo alla VR46. E quell'immagine, da un ragazzo giovane, è ancora più offensiva che fatta da Valentino ad Aleix.»

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Mamola, Cagiva 500

Bravo, Randy, il ragionamento non fa una piega. Però a dirlo forse non dovresti essere tu, che ben prima dei due italiani, ai tempi dell'avventura coi fratelli Castiglioni in Cagiva – in maniera plateale a beneficio dei numerosi fotografi del motomondiale – ti sei fatto immortalare con il tipico gesto di sfottò che rimproveri ai nostri portacolori.

Questo è il punto: per essere ambasciatore (titolato o no), paladino del motociclismo, icona dello sport, occorre prima di tutto essere coerente con la propria storia. Che poi significa essere credibile. L'incredibile, in tutta questa vicenda, è che per diventare MotoGP Legend, per venire inserito nel pantheon del motociclismo, basti essere nelle grazie del promoter. Senza aver vinto nessun titolo, facendosi ricordare soprattutto per bizze degne di Pierino la peste, in palese contraddizione tra quel che si dice oggi a beneficio del politicamente corretto e quel che si è fatto ieri – politicamente scorrettissimo –. Un suggerimento a Dorna, umile e silenzioso: perché al posto di un vicecampione del mondo, non inserire nella Hall of Fame anche uno che di campionati ne ha vinti tre in carriera?Tipo  Eugenio Lazzarini da Urbino. Ah già, non fa notizia e non è neppure americano. Mannaggia al passaporto.

 

*fonte dati formulapassion.it

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