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GRID GIRLS: DAI TAILLEURS DEGLI ANNI '90 ALLE MINI DI OGGI TROPPO PROVOCANTI

F1, GP Spagna 1993
F1, GP Spagna 1993
Nelson Piquet, Imola 1981
Nelson Piquet Imola 1981
f1-japanese-gp-2017-grid-girls
F1, Japanese GP
F1, USA GP 2017
F1, USA GP 2017

Dossier

INTERVISTA A BARBARA, OGGI MANAGER AFFERMATA: "MA QUALI ABUSI!  5 ORE DI SONNO E UNA MONTAGNA DI LAVORO"

Una delle storielle da paddock, narra di una donna della Formula 1, che scoperto di alloggiare nello stesso albergo del suo pilota preferito, la sera bussò alla di lui camera presentandosi in guêpière.

Schumacher, il pilota in questione, aprì la porta e la richiuse imbarazzato.

Non presentò alcuna denuncia per molestie su luogo di lavoro. Una questione chiusa tra privati, a telecamere spente.

Sarebbe stato molto improbabile che quella donna potesse essere una hostess o una appartenente a qualche Team, perché le regole nel Circus sono sempre state molto molto rigide per gli addetti, supervisionati sul lavoro e istruiti sulla condotta da tenersi anche fuori, come ci ha raccontato l’italianissima Barbara, manager stimata che per 6-7 anni consecutivi, fino a circa il 2005, ha lavorato in Formula 1 al gp di Monza e gp di Imola come Grid Girls.

Come si svolgeva la vostra giornata

"Ci alzavamo la mattina alle 5, perché alle 6 cominciavano ad arrivare tutti, addetti ai team e spettatori. Quelle che stavano all’ingresso regalavano i famosi tappini, quelle che erano destinate all’hospitality facevano accomodare per la colazione, il pranzo, per le interviste e le convention. Lavoravi duramente, ma poi per noi arrivava la soddisfazione di tenere l’ombrellino o il cartello di partenza. Era carino, perché la Formula 1 da sempre è un evento attrattivo mondiale. Ci faceva piacere guardare il pilota da vicino. Ma al di là di quello, andavamo a dormire presto. Dopo cena si tornava in albergo, nelle nostre camere ed eravamo circondate sempre da circa 150 persone dello staff della Philips Morris e da persone che organizzavano eventi all’interno dell’albergo. I nostri responsabili ci volevano belle, fresche e quindi non avevamo la possibilità di uscire dalla camera se non con loro. Era vietato, eravamo blindate".

Come eravate organizzate in pista?

"Le ragazze bionde, per scelta del brand Marlboro, erano disposte in ordine di altezza lungo la pista: le più alte venivano posizionate in pole position, poi via via le altre perché così era concordato con la regia. Le ragazze more facevano le ombrelline. Io sono bionda, ma a volte mi è capitato anche di fare l’ombrellina. Affiancavi il pilota, sorridevi ma non parlavi.  Il rumore era assordante e i tecnici del team erano lì nei pressi che attaccavano prese, portavano benzina e lavoravano sulla monoposto. Sorridevamo, ma alle volte c’era poco da sorridere, perché si soffriva molto il caldo".

Sul vestiario, ti sentivi in imbarazzo o era una divisa normale?

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Senna1993

"Assolutamente erano divise normali. Erano tutte rosse, in pelle col giubbottino bianco. Ogni anno cambiavano, ma diciamo che lo stile era lo stesso. Per rendere l’idea, era quasi sempre una gonnellina a metà gamba. I primissimi anni, forse sarà stato nel 1990, ci avevano dato un decolté con un piccolo tacchetto. Poi si sono resi conto che, sull’asfalto, si moriva di caldo e non era fattibile anche a livello di resistenza fisica, visto che i due Gp si svolgevano in stagioni afose. L’asfalto con i motori si riscaldava quindi, quando si arrivava davanti alla monoposto c’era un caldo talmente asfissiante che le assistenti ci portavano da bere. Per venirci incontro, le volte successive come divisa ci diedero una gonnellina a metà gamba con la scarpa da tennis e una cannotierina. Era una divisa normale, sportiva da gran premio, non era una un vestiario da discoteca. A 20 anni non ti sentivi scandalosa con una gonna a metà gamba e le scarpe da tennis. Nel ’90 avevamo il tailleur rosso, che tra ragazze dicevamo ci faceva sembrare delle signorine Rottermeier. Sai, noi comunque eravamo vanitose, se non lo sei a 20 anni! Successivamente si è passati alle tute tipo pilota, un po' più femminili, elasticizzate, e le mie colleghe si lamentavano per il caldo. Poi negli anni le gonne si sono accorciate".

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Ti ricordi quando le gonne sono diventate cortissime?

"Sì, è stato l’anno che è uscita la Marlboro ed è entrata la Campari. Le divise erano sempre rosse, visto che i due brand avevano tanti colori in comune, ma più corte". 

Per quanto riguarda le riprese, ti è mai capitato personalmente o hai sentito siano state fatte riprese imbarazzanti?

"No, mai. Le uniche riprese erano al viso, per questo dovevamo sempre sorridere, ed eravamo felici di farlo. Se fosse mai accaduto qualcosa di spiacevole, nessuna di noi aveva problemi a riferirlo agli stessi manager o gli stessi organizzatori, perché sarebbero intervenuti immediatamente. Negli anni '90 non ci sono immagini imbarazzanti. Né foto, né riprese.

Anzi se facevamo, noi modelle, cose che loro ritenevano provocanti, ci riprendevano subito e ci dicevano “mettiti composta”. Non potevamo indossare gioielli, non potevamo truccarci troppo, nessun rossetto rosso, i capelli sciolti senza mollette, senza chignon. Ho lavorato anche al box Ferrari, se assumevi un comportamento che ritenevano non idoneo, non scattavano la foto.

Il format che aveva la Philip Morris e Chesterfield in MotoGP, è il format che ha tutt’oggi la Maria De Filippi, dove nonostante i ragazzi ballino non vedi sederi o altro all’aria. Io ho fatto anche un anno sponsorizzato da Campari a Milano quando avevano già tolto lo sponsor Marlboro, fui chiamata a sostituire 2 ragazze malate, anche se ero un po' più grande come età. Erano cambiati gli sponsor ma la gestione manageriale era la stessa degli anni precedenti, così come la serietà.

Non so oggi cosa sia cambiato in Formula 1, ma basterebbe un maggior controllo dell’immagine da parte dei responsabili".

Hai mai subito molestie? O sentito qualche tua collega a riguardo?

"Penso che ai tempi sarebbe stato anche impossibile che qualcuno potesse farci delle avances, visto come veniva gestito il tutto. Noi eravamo protette da loro. Cioè noi eravamo ragazzine, perché avevamo chi 19, chi 20, chi 21 anni. I manager si sentivano responsabili. Io in loro, tra virgolette, ho trovato una famiglia perché se ritardavi si preoccupavano, se succedeva qualcosa sotto la loro tutela si preoccupavano, quindi eravamo controllate a vista. Se mai avessimo avuto dei problemi, non avremmo mai avuto alcun imbarazzo a raccontare ai manager che ci davano da lavorare, perché erano i primi ad avere una serietà incredibile.

Personalmente, era un ambiente pulitissimo ai tempi, non so se negli anni sia cambiato qualcosa. Magari oggi se una ragazza riferisce qualcosa del genere, viene cacciata. Sinceramente, penso che quando lavori tutta la giornata e sei circondata da persone che lavorano come te, o che sono più preoccupate delle telecamere o di quello che accade intorno, non ci sia neppure il tempo di concepire un gesto molesto.

Mi dispiace siano state eliminate le Grid Girls, perché è un settore invece che permette la crescita professionale".

Per quanto riguarda il compenso era adeguato?

"Sono passati tanti anni, io mi ricordo che non era tanto più alto di una normale giornata di lavoro ad un altro evento durante l’arco dell’anno. Vero è che c’erano i driver che ti venivano a prendere ed eri spesata di tutto".

A me risulta un 130-150 mila lire al giorno

"Più o meno, con ritenuta. Rispetto alla fatica che facevamo, si poteva aver qualcosa da ridire ma noi ci sentivamo appagate dalla visibilità".

Partecipare ad un evento del genere, ti facilitava durante l’anno nel trovare altri lavori nel settore?

"Assolutamente sì, partecipare ai Gp di Formula 1 faceva curriculum, perché uscivi dalla scuola Philip Morris. Erano molto severi e attenti. Pensa che se uscivi con le scarpe sporche ti rimandavano in camera a ripulirle, oppure i capelli se non andavano bene ti rimandavano a rifarli. Ti insegnavano il portamento, la cura dell’immagine, il modo di porti. Se riuscivi a reggere i ritmi (con solo 5 ore di sonno) ed essere al livello professionale richiesto, venivi richiamata dallo stesso sponsor, anche per altre manifestazioni, come ad esempio il Merit Cup per la vela. Lavorare con loro era una questione di prestigio. Oggi le mie colleghe di allora, sono o professioniste laureate o del settore: chi organizza eventi, chi gestisce una agenzia pubblicitaria o di moda. Io stessa nel mio ambito oggi sono una manager. Dico sempre che la mia fortuna è stata la scuola Philip Morris perché era una scuola dove ti educavano e formavano professionalmente".

 

 

 

 

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